30 dicembre 2016

Book Mission 4 dicembre 2016, Milano: Incontro-Intervista con Carlos Ruiz Zafón

Cari lettori, le vostre Books Hunters hanno deciso di chiudere questo anno nel migliore dei modi, condividendo con voi uno dei più bei ricordi legati al blog, una delle più significative e costruttive esperienze che il mondo dei libri ci ha permesso di vivere e regalarvi:
l'incontro con Carlos Ruiz Zafón, avvenuto il 4 dicembre 2016 a Milano, all'Hotel Principe di Savoia.

Vi proponiamo qui di seguito l'intervista integrale fatta da noi blogger all'autore, in cui ci ha raccontato di lui e della sua saga del "Cimitero dei libri dimenticati".
Una full immersion nel mondo di una persona veramente interessante. Uno Zafón appassionato e molto molto loquace.

1. Qual è l’ispirazione che sta dietro al suo romanzo (Il cimitero dei libri dimenticati)?
Per me, la maggior parte delle storie iniziano con un’immagine. In questo caso l’immagine per l’intera serie di libri è questa misteriosa biblioteca, una biblioteca piena di libri dentro un palazzo. Così ho cercato di descrivere cos'era, cosa potesse significare per me. E ho realizzato che poteva essere una metafora per un luogo di cose messe da parte, dimenticate: non solo libri ma idee dimenticate, persone dimenticate, qualcosa che riguardava la memoria, l’identità degli esseri umani, ciò che siamo. È una questione di ricordi. Meno ricordiamo, meno esistiamo. Poi di questa storia ho costruito i caratteri, i personaggi, l’ambiente circostante… ma tutto è partito da quell'immagine.

2. Barcellona è la sua città natale, anche se lei ha trascorso tanto tempo a Los Angeles. Qual è il suo rapporto con la città di Barcellona e come la descriverebbe al lettore?
Barcellona è mia madre, come dico sempre. È la città dove sono nato e cresciuto e vissuto per gran parte della mia vita e ne sono orgoglioso. Ho vissuto per qualche tempo negli USA ma sono tornato spesso a Barcellona. Ne parlavo proprio stamattina, tutti gli scrittori a un certo punto della loro vita sentono il bisogno di tornare “a casa”; ritrovare il rapporto con il posto dove sei nato, dove sei diventato ciò che sei, dove sono le tue radici. Io l’ho fatto, e quando ho deciso di descriverla... quello che vedo è una grande città dalle tante identità e caratteri diversi. Per descriverne il carattere devi andare alla scoperta, esplorarne l’essenza mistica. Ho creato una Barcellona gotica, barocca, quella dei nobili. Volevo dare al lettore la possibilità di superare questa patina di città festosa, vacanziera. È innegabile che molta gente reputi Barcellona una meta per una vacanza veloce, la veda come una città dove andare a divertirsi nel weekend e poi tornare a casa. È vero, c’è un bel clima, è piena di caffè, club, negozi, posti divertenti. Questa è sicuramente una parte della città, uno dei volti di Barcellona, ma non ne è l’essenza. Ho voluto mostrare al lettore l’altra faccia, invitarlo a scoprirla entrando dalla porta sul retro…

3. Volevo chiedere come la sua famiglia ha vissuto negli anni della Guerra Civile, e gli anni seguenti sotto Franco, e se queste vicende hanno influito sulle sue storie.
Sono nato nel 1964 e questo significa che ero un bambino negli ultimi anni del regime di Franco, quando stava finendo, c’era più apertura, la guerra non era più una cosa vicina, e quindi l’ho vissuto in modo più soft rispetto a quelli che furono i primi anni del regime e gli anni della Guerra Civile, che è durata per un lungo periodo, difficile. La gente veniva incarcerata, uccisa, queste cose andarono avanti per molto tempo. Non ho avuto sentore di vivere in un mondo grigio e mediocre, perché ero un bambino; poi ho cercato di sapere, ho chiesto ai miei genitori di raccontarmi gli anni della guerra, mio nonno era un dottore, ma non me ne volevano parlare, c’è sempre stato un gran silenzio sulla questione. Credo che questo succeda con le guerre, specialmente le Guerre Civili: la gente non ne vuole parlare.
Poi ho cercato notizie sul passato, tramite vecchie foto ad esempio, ogni tanto cercavo di carpire notizie da qualche riferimento alla guerra nei discorsi dei miei nonni o genitori… ma se sono riuscito a mettere insieme pezzi di storia è stato dalle vecchie foto e dai vari ricordi raccolti in giro, più che dai loro racconti. 
Cerchi di immaginare, capisci che qualcosa di terribile è accaduto, ma nessuno ne vuole parlare. Però la storia è rimasta nelle pietre della città, lo senti camminandoci, tra le strade e i palazzi. È come quando si va a Berlino, cammini per la città e capisci che lì è successo qualcosa che ha fatto la Storia dell’Europa, lo senti, lo annusi nell’aria. La stessa cosa poteva capitare passeggiando per Barcellona negli anni '70, un bambino cresciuto in quegli anni aveva il sentore che qualcosa era successo.
Ovviamente questo mi ha influenzato, come ha influenzato tutti gli spagnoli. Quello che viviamo adesso è la conseguenza di quello che è successo nel passato. Lo sa ogni spagnolo, nella Spagna di oggi.

4. Nel mondo del “Cimitero di libri dimenticati” molti dei personaggi sono scrittori (penso a Julian, Victor…) e nell’ultimo libro, oltre a questi nomi fittizi ci sono scrittori reali, in particolare lei menziona Carmen Laforet. Mi chiedevo quanta letteratura spagnola c’è nelle pagine dei suoi libri e quali autori hanno più importanza per la sua scrittura.
Sì, come ha detto lei sono menzionati diversi autori spagnoli. Carmen Laforet scrisse uno dei libri più importanti per la letteratura spagnola: “NADA” che parla della Barcellona degli anni '40, ed è uno dei più grandi romanzi del ventesimo secolo. La sua domanda è quanti di questi autori o di questi libri hanno influenzato questa mia serie… ciò che posso dire è che ovviamente nessuno scrittore esiste senza influenze dei grandi scrittori passati, e spesso tu sei una loro conseguenza. Nel caso del libro che lei ha nominato, NADA di Carmen Laforet mi ha sicuramente molto influenzato. Quando devo segnalare il libro che più può far comprendere la città di Barcellona, la reale città e non il posto turistico e vacanziero, io dico proprio NADA perché descrive nello specifico la città e la sua gente, ed è davvero un grande viaggio dentro la Barcellona nel 1940. È la storia di una ragazza che va a Barcellona per studiare e va a stare nella famiglia di suoi parenti e alcuni membri di questa famiglia sono pazzi, ed è un periodo terribile per lei. C’è la descrizione del tempo che lei passa con loro, in giro per la città. È un gran libro e sì, se penso ai vari autori spagnoli che si avvicinano alla mia sensibilità, il massimo è proprio Carmen Laforet. Un altro è Eduardo Mendoza. Lui ha fatto qualcosa di davvero grande per la letteratura spagnola, quando iniziò a scrivere negli anni '70, riportando la narrazione (storytelling) che era scomparsa dalla letteratura spagnola, e lui ha ricominciato a proporla. Quindi se devo dire due nomi importanti per me come scrittori, li scelgo entrambi.

5. Adesso che ha finito la serie non prova una specie di nostalgia per i suoi personaggi? E quando tornerà a scrivere libri per ragazzi? 
Rispondo prima alla seconda domanda. Ho iniziato a scrivere libri per ragazzi per caso, è stato un incidente. Non avrei mai pensato di farlo, non era nei miei progetti. Non sapevo come fare, lo trovavo complicato e delicato. È successo che ho pubblicato il mio primo libro alla fine degli anni '90, che vinse un prestigioso premio spagnolo di letteratura giovane. Quando divenni uno scrittore a tempo pieno, e quindi cercavo di sopravvivere come tale, era difficile avere successo, ma ero molto consapevole e convinto, e volevo capire come gli altri scrittori facessero in un mondo in cui era facile sparire e temevo succedesse anche a me; ci si guardava l’un l’altro cercando di indovinare chi potesse essere il prossimo… ma nonostante il timore ho deciso di non saltare giù dal treno perché sapevo che stavo facendo bene. D’altra parte mi sentivo spaventato e pensavo: oddio scrivo libri per ragazzi, e non volevo farlo, non sapevo come poterlo fare, ma ho continuato e intanto tentavo di scrivere libri che fossero “per tutti”. Così ho smesso di scriverne  e ho iniziato a scrivere qualcosa che veniva da me, non qualcosa che gli altri si aspettavano io scrivessi. Ogni cosa che ho scritto l’ho fatta pensando a chi amasse leggere, semplicemente. Non mi pongo il problema se il lettore ha l’età della patente o no. Ci sono giovani lettori molto maturi e ci sono adulti che, al contrario, non lo sono. Non mi chiedo più quale fascia di età può leggermi, la ragazza di 15 anni può essere più saggia e matura di un uomo anziano. Quello che conta è la percezione delle cose, e questo non dipende dall’età. I lettori sono lettori, non ha più significato l’età. Potrò scrivere ancora un libro per ragazzi, se mi verrà, pensando che è scritto apposta per loro e che potrà incoraggiarli a leggere e a trovare la propria strada come lettori. Deve venirmi spontaneo e perciò non lo scriverei con l’intenzione di trovare (guadagnarmi) popolarità tra i giovani. Forse lo farò, vedremo…

6. Pensando alla sua passione per il pianoforte, che relazione c’è tra il comporre (musica) e lo scrivere, e nello specifico qual è la relazione che ci trova lei?
La musica è probabilmente la cosa che mi piace di più al mondo, insieme ai libri, e la amo fin da quand'ero bambino. Sfortunatamente non ho mai avuto l’opportunità di avere un’educazione musicale. Ho deciso di avere la musica come hobby, per divertimento e piacere, senza nessuna aspettativa. Mi interessano i linguaggi e la musica è un linguaggio; mi interessano le ingegnerie, come sono strutturate le cose, e come funzionano. Le storie, siano libri o fumetti, o altro, sono strutturate secondo un’ingegneria e la musica è un linguaggio tecnico che però arriva a parlare di e alle emozioni, in modo universale, raggiunge tutte le persone. Così ho iniziato a scrivere e comporre musiche mentre studiavo da solo il piano, e ora sono arrivato a scriverne per le mie storie, come se fossero colonne sonore. Lo faccio da anni, ci passo ore e ore, per divertimento. È un processo creativo che accompagna la scrittura. Crei le atmosfere, pensi a che musica potrebbe stare di sottofondo… come disegnare un personaggio, fa parte del processo creativo. Il linguaggio dello scrittore è come il creare una musica, una sinfonia… ci metti il ritmo, il timbro, l’orchestrazione. E al lettore, come l’ascoltatore, arriva il risultato finale, non ci si rende magari conto del lavoro che c’è dietro, del fatto che si sta ascoltando un brano musicale e ci sono centinaia di strumenti che suonano insieme, alla gente arriva l’emozione, arriva l’insieme, e significa che hai trovato il linguaggio per raccontare la storia.

7. Nell'Ombra del vento Daniel è ancora un ragazzino, mentre nel continuo della saga diventa adulto e incontra i problemi della maturità… di quale periodo della sua vita ha preferito scrivere, se di quello dell’adolescenza con ancora gli strascichi dell’infanzia o di quando è adulto, magari perché è un periodo a cui lei è più vicino?
Tutti i periodi sono stati interessanti per me, perché ho dovuto scrivere i vari aspetti del carattere di Daniel, la sua evoluzione, il perché una persona diventa QUELLA persona; questo è uno degli aspetti più importanti dei libri. Noi diamo o conosciamo una certa versione di una persona, che può cambiare nei vari momenti della vita; accadono cose che noi non possiamo controllare, cose che dobbiamo fare perché non abbiamo scelta, o scelte che facciamo e che determinano certe cose. Si prendono tante direzioni, e l’interessante è cercare di capire e cercare di seguire quello che capita e che determina gli aspetti del carattere. Nel caso di Daniel, seguiamo la sua storia e nell’Ombra del vento, il primo, ho cercato di costruire un romanzo con il focus su questo bambino che ha perso sua madre e non sa il perché, non si ricorda il suo viso. L'ha dimenticata e si sente perso nel mondo. Quando incontra questo oscuro scrittore Julian trova la verità e insieme il perché sua madre è morta. La storia è questa, e noi esploriamo il mondo e la vita con i suoi occhi. Così vediamo la scoperta delle cose con gli occhi di un bambino, poi di un ragazzo, e ci troviamo dentro la sua mente. Man mano che lui incontra i personaggi vediamo le cose da diverse prospettive, le percepiamo come lui le percepisce. Incontra diverse persone e le viviamo come lui le sente, ognuna in modo diverso. Negli altri libri, percepiamo i personaggi in un altro modo, non più come le percepisce lui, ma come si presentano a noi direttamente. Alla fine troviamo Daniel come un uomo cresciuto, adulto, concentrato su suo figlio. All’inizio era lui un bambino, adesso ha a che fare lui da adulto con un bambino. È l’esplorazione del circolo della vita. Quello che mi interessava era creare una storia che andasse in tante direzioni e raccontasse le tante percezioni dei personaggi, le prospettive fuori e dentro di loro.

8. Volevo sapere di Fermín, della genesi di questo personaggio e quanto è stato difficile crearlo.
Beh, Fermín non è stato difficile da scrivere perché Fermín è parte di me, è sempre stato nella mia mente da quando ero adolescente. Penso che sia il 20-25% del mio cervello e alla fine ho trasformato quella parte di me in quel personaggio, piuttosto picaresco, secondo la relativa corrente letteraria che fa parte della tradizione spagnola. Una parte di difficoltà dello scrivere di lui è che Fermín è chiamato a essere sempre buffo, divertente e non è facile esserlo sempre, specialmente quando non lo sei, è una sensazione orribile. Fermín ha un grande numero di ruoli nella storia, uno di questi è di stare al centro degli avvenimenti e quando gli altri perdono la rotta o non capiscono più dove sono, lui riprende le fila, è un po’ la bussola della storia. Questo è uno dei ruoli, l’altro è un classico della letteratura che è quello del “matto” della storia, l’unico al quale è permesso dire sempre la verità senza essere preso sul serio. Se tu dici la verità e ti prendono seriamente, ti ammazzano. Ma lui è matto, lui è Fermín e può dire la verità e ciò che pensa sulla verità. Poi introduce elementi di satira, si sente obbligato a essere l’angelo custode di questo bambino, Daniel, ed è colui che gli dà elementi di saggezza, consigli su cosa fare con le donne, o nella vita. Fermín è un personaggio impegnativo da scrivere perché ha tante caratteristiche però è anche stimolante e divertente, essendo importante, essendo la bussola, mentre scrivi la storia ti chiedi “cosa farà adesso Fermín?”

9. Qual è la zona della città (Barcellona) che preferisce di più e dove lei ritorna sempre?
Beh… io sono cresciuto a un isolato dalla Sagrada Familia, credo che tutti sappiate cos’è e dove si trova in città; mio padre, che è il mio unico parente in vita, vive ancora lì. La prima cosa che vedevo uscendo di casa era la Sagrada Familia e l’ultima cosa che vedevo rientrando in casa era la Sagrada Familia. Durante una conversazione con un produttore cinematografico a Los Angeles questa cosa uscì (non ricordo di cosa trattasse precisamente la conversazione) e lui disse “questo spiega tutto”. Non mi ha spiegato il significato di questa sua frase ma probabilmente ha colto l’importanza del luogo da cui si proviene in quello che uno è poi diventato. Bene, questo è il quartiere dove sono cresciuto, ma andavo a scuola in un altro, dall’altra parte della città, che si chiama Sarrià. Ogni giorno dovevo attraversare la città due volte, andata e ritorno. Camminavo per la città esplorandola, e ancora oggi quando torno faccio lunghe camminate, e finisco sempre nello stesso posto, una strada che attraversa la città vecchia, dalla cattedrale al porto, che chiamano “bains veis = vecchi bagni” perché nel passato c’erano dei bagni (terme) adesso ci sono i “vecchi bagni e i nuovi bagni”. Nella zona del porto cammino nella Calle Ferran, una zona molto antica dove c’erano le mura. È un posto molto caratteristico e molto turistico. A pochi metri da Calle Ferran c’è il posto dove il personaggio principale dell’ultimo libro, Alicia, vive vicino al Grand Cafè. Quella zona è la mia preferita, e ci vado spesso, affiancandomi alle migliaia di turisti che vanno lì a scattare tantissime foto di qualsiasi cosa e io spesso dico “questa è la disneyland di Barcellona".

10. La memoria è uno dei temi principali  della seria: vuole condividere con noi un ricordo che le è caro di quando ha scritto la serie?
Ci sono tante cose divertenti arrivatemi dai lettori riguardo a questi libri e sicuramente c’è sempre la credenza che la biblioteca dei libri dimenticati è un posto reale, che esiste veramente, e io sono sempre lì a dire che no, è un posto inventato, ma comunque c’è gente che va a Barcellona e si mette a cercarla. Ricordo di una signora che in Australia mi disse “vengo a Barcellona tra due mesi e fissiamo un giorno per incontrarci così lei mi fa visitare la città e mi mostra la biblioteca…” e io le risposi “purtroppo signora quel posto non esiste, è frutto della mia immaginazione, una mia invenzione”. Sicuramente la cosa bella è che molti lettori vogliono visitare Barcellona perché l’hanno scoperta e amata grazie a questi libri, e allora io invito tutti a visitarla a settembre quando c’è la festa della città, il Festival de la Marcè, dove vengono invitate persone a parlare pubblicamente al Municipio, a raccontare quante cose belle e fantastiche ci sono, la gente ti applaude. Hanno invitato anche me a fare un discorso, e quando arrivai il sindaco mi presentò e mi fece gli onori, e mi disse “c’è un sacco di gente che si è innamorata del cimitero dei libri dimenticati, è un luogo meraviglioso, dobbiamo costruirlo!” naturalmente era una battuta, uno scherzo, ma il giorno dopo tutti i giornali annunciavano “il Comune costruirà il cimitero dei libri dimenticati!” e di conseguenza arrivarono le opinioni e le polemiche “dove lo costruiranno”, “chi sarà la compagnia che lo costruirà”, “quanti soldi costerà”… e poi arrivò questa grossa compagnia che realizza grandi eventi, musicals, fiere, spettacoli, il titolare è un vero imprenditore che ama i libri e che ha amato i miei, e mi portò tutto il progetto, la location, e mi disse: “guarda lo costruiremo così, costruiremo il cimitero dei libri dimenticati, avrai una percentuale” e io dicevo: “Grazie per l’offerta ma no… Non costruiremo niente, perché è un luogo dell’immaginazione, e deve restare tale”, non è possibile costruire un posto così, stile disneyland o qualcos’altro di finto, di kitch. Così… non l’hanno mai costruito. Il cimitero dei libri dimenticati non esiste, non deve esistere, se non nella mente delle persone. 
Un’altra cosa divertente è che i lettori cercavano i libri degli scrittori citati, personaggi ovviamente fittizi. Un libraio mi raccontò che si recavano nel suo negozio a chiedere i libri di Julian, e lui doveva spiegare che Julian era un personaggio inventato, non era uno scrittore vero… e i clienti rispondevano “no no, lei si sbaglia, cerchi nel computer” e non erano convinti che lo scrittore e i suoi libri non esistevano veramente… 
È interessante come la gente prenda per vere le storie (i romanzi, le narrazioni), le consideri vere e reagisca in questa maniera, proprio come se non ci fosse finzione, la finzione viene confusa con la realtà.

Books Hunters Blog: di questa sua quadrilogia, quale dei suoi libri lascerebbe nel Cimitero dei Libri Dimenticati?
Ah, questa è come La scelta di Sophie… è davvero difficile prendere questa decisione… Non lascerei uno di loro perché sono quattro parti di qualcosa che ho scritto avendo la visione di “un intero”. De facto hanno richiesto un lungo lavoro per costruirli e poi per pubblicarli, ed è vero che poi ognuno ha la sua personalità, il suo carattere, la sua angolazione, ma non ho mai pensato che fossero quattro libri diversi… Quando ho iniziato a scriverlo, ho iniziato con l’intenzione di scrivere un solo grande (grosso) libro, poi ho realizzato che sarebbe stata una cosa mostruosa, da tremila pagine e sarebbe stata una cosa da pazzi. Quindi ho deciso di spezzarlo, trovando i punti dove la storia prendeva diversi toni, diverse personalità. Così il primo libro è il libro dei lettori, il secondo è dello scrittore, il terzo è il libro dei personaggi, il quarto è il gran finale, il punto d’arrivo dove tutti gli elementi convergono. Era questa la cosa da fare, come una grossa, unica, costruzione formata da quattro parti. Ovviamente essendo passati anni tra un libro e l’altro, la gente pensa a ogni libro come a un libro isolato, ma non lo è, così non lascerei nessuno di loro, no… E comunque lotterei strenuamente per fare in modo che la mia creatura non venga dimenticata… come una madre furiosa che dice “non mio figlio! Dovrete passare sul mio cadavere!” (risate)

11. La mia più che una domanda è una curiosità. Quando si è un autore di successo, che scrive storie che poi vengono divise “in capitoli”, come si fa a scrivere il capitolo successivo? C’è un disegno preciso, e si lavora seguendo degli schemi precisi, oppure non le importa e segue un suo personale disegno, il suo istinto?
Beh, quello che faccio segue un mio proprio disegno, il mio lavoro è il mio lavoro e nessun altro può conoscere l’intenzione e l’entusiasmo, quello che sento quando so quello che devo fare. E il modo in cui io lavoro è pianificare con molta cura e tentare di seguire il mio “disegno”, anche se poi cambio le cose centinaia di volte e riscrivo, riscrivo… è un processo sicuramente complesso, ci metto anni perché si aggiunge sempre materiale, questo l’ho rivisto tre volte perché inizialmente risultava un libro “debole”, quindi ho fatto delle aggiunte. Ho creato differenti files nel computer con le varie versioni. Una volta finito questo lavoro ho iniziato a scrivere il romanzo, ogni singola scena, ogni parola detta, e l’ho rifatto ancora e poi ancora, per avere qualcosa ogni giorno su cui lavorare. Questo per esorcizzare quello che gli scrittori chiamano “blocco”: anche se hai il blocco su una scena, bisogna scrivere ogni giorno, anche cose che sembra non c’entrino, una frase, un’azione diversa… perché questo scrivere comunque, fa parte di una logica interiore dello scrittore. Ho avuto anche io dei blocchi, che a un certo punto non sapevo come gestire, allora bisogna sforzarsi a scrivere, magari qualcosa che resta a sé, staccato dalla grande storia che stai facendo. A volte lungaggini inutili, a volte piccole cose… ma questo mi è servito nel ristabilire la routine, il processo. Ovviamente mettendoci tanto tempo, ci sono continui cambiamenti, si cresce, si raggiungono altri livelli, nuovi piani di percezione… Poi quando arrivo alla fine, apporto tutte le modifiche e arrivo al taglio finale del libro, è quello che consegno, non si cambia più nulla, nessuno può toccarlo, neanche una virgola. Tutto il lavoro fatto lo distruggo, nessuno vede le bozze prima, nessuno sa cosa ho tagliato e modificato, distruggo tutti gli altri elementi, non resta più traccia di tutto ciò che ho fatto prima, resta solo la versione finale del libro. Il resto riguarda solo me.



12. Ho avuto il piacere di parlare con lei qualche anno fa, e in quell’occasione chiedendole quali erano gli scrittori che lei avrebbe consigliato a un lettore, lei citò 
China Miéville, che è uno scrittore ancora poco conosciuto in Italia. Anzi, la ringrazio perché anche io l’ho scoperto grazie a lei. Ora volevo chiederle se oggi i suoi gusti letterari sono cambiati e che cosa consiglierebbe di leggere.
Oh, non so se i miei gusti sono cambiati, probabilmente sì, perché tante cose sono cambiate, e tutto cambia continuamente… ci sono storie che ti colpiscono e restano di tuo gusto, ma hai voglia di esplorare altre cose. Lo fai secondo la tua sensibilità, che può cambiare nel corso degli anni. Mi è difficile consigliare scrittori, mi è difficile mettermi dalla parte di chi consiglia per guidare i gusti e i lettori. Mi metto dalla parte dello scrittore, e il consiglio è di leggere molto e di tutto, soprattutto se si vuole scrivere. Se vuoi essere uno scrittore, non importa che tipo di scrittore, prima di tutto devi essere un lettore. Devi leggere molto, attentamente, e analizzare quello che stai leggendo; e non devi ascoltare quello che la gente ti dice su quello che stai leggendo… devi leggere un sacco di cose, cose che ti piacciono e cose che non ti piacciono… Questo devi fare, e pensare a come ti arriva la storia, a come sono caratterizzati i personaggi, a come altri scrittori hanno usato le atmosfere, gli ambienti. Devi smantellare quelli che stai leggendo e prendere i singoli piccoli pezzi dell’architettura, capire come sono state usate anche le più piccole cose. E capire che tu puoi fare lo stesso, usando altri artifizi, altri effetti narrativi. Devi fare questo con tutto, possono essere video, film, teatro, immagini, esplorare i differenti linguaggi e capire come ti raccontano una storia, come te la fanno arrivare e come tu riesci a percepirla. Credo sia importante sviluppare questo SENSO, al quale puoi rivolgerti per avere l’ispirazione, che ti arrivi da un suono o dal guardare le nuvole… Ci sono persone che non capiscono che è questo che serve per scrivere. Si fermano alla prima parte: la scrittura è sì qualcosa di istintivo, che arriva dal tuo cuore e dalla tua anima. Ma scrivere è un lavoro manuale, artigianale, è una professione e sfortunatamente nessuno può insegnartelo. Devi impararlo da solo. E il modo per impararlo è: prima devi leggere tanto, e scrivere non tanto, tantissimo. Devi scrivere mille e mille pagine che nessuno leggerà mai, ma facendolo come se avessi dei lettori a cui devi dare qualcosa. Questo è un processo che gli scrittori dimenticano sempre, questo lavoro artigianale in cui tu scrivi e analizzi quello che hai scritto, e scrivi di più e analizzi di più, lavori sulla tua opera e impari dal tuo lavoro. E poi realizzi che stai facendo qualcosa di buono e la fai leggere a qualche lettore, capisci se può piacere, ascolti i commenti, e lavori ancora su questo… e leggi. Che so, prendi Charles Dickens, Raymond Chandler, analizzi quello che hanno fatto, come hanno raccontato le storie, provi a ricreare quelle atmosfere, quei personaggi, ti alleni insomma. E sbagli, e poi sbagli e sbagli e sbagli, fino a che riesci a centrare la tua storia. Quello che devi comprendere è che chi legge riceve da te. Riceve emozioni, riceve i pensieri dei personaggi. Tu sei un ingegnere, e come fanno i tecnici tu lavori con i linguaggi: tu costruisci immagini, suoni, atmosfere, caratteri, vite, l’intero universo delle cose. E fai questo piano piano, cercando di imparare dal tuo lavoro. Poi ci metti i tuoi interessi, quello che interessa a te, un certo tipo di libri, di letteratura. Ma devi essere te stesso, trovare il tuo stile, il tuo linguaggio. Puoi essere appassionato di Dickens e Chandler, ma non puoi scrivere usando il loro linguaggio, saresti una (brutta) imitazione di Dickens o Chandler. Loro sono unici, e tu devi essere unico.

Come avete potuto constatare, Carlos Ruiz Zafón è una persona che non si risparmia dal parlare di ciò che lo riguarda, del suo mondo fatto di parole e storie incredibili. Aneddoti, fra realtà e fantasia, talmente affascinanti da regalare a noi blogger che prima di tutto siamo lettori, un quadro di questo uomo che è davvero meraviglioso.
Speriamo di avervi avvicinato in questo modo a lui, alla sua scrittura e a questa saga che è fra le più belle che noi abbiamo letto.

Doveroso ringraziare per questa preziosa occasione tutto lo staff Mondadori e Rossana Girotto per la scrupolosa traduzione.

A voi lettori, auguriamo un felice anno nuovo!

Come dice Alicia: "Il sapere non ingombra" (Il labirinto degli spiriti)

Books Hunters Blog

3 commenti:

  1. Bellissima e molto interessante questa intervista! Complimenti!
    Mi è venuta voglia di andare aventi a leggere la saga! (ho letto solo il primo volume per ora e mi è piaciuto molto)

    p.s.: però non ha detto se ha o non ha nostalgia per i suoi personaggi.

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    1. Grazie del tuo commento, Dario! Leggila perché Zafon è meraviglioso! :)

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    2. di nulla!
      sì, credo che il prossimo libro che leggerò sia il secondo della saga!

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